Sicurezza sul lavoro e prassi aziendali sconosciute al datore


In caso di infortunio sul lavoro, anche nell’ipoesi in cui la rimozione dei dispositivi di protezione si innesti in prassi aziendali diffuse o ricorrenti, non si può ascrivere tale condotta omissiva al datore di lavoro laddove non si abbia la certezza che egli fosse a conoscenza di tali prassi, o che le avesse colposamente ignorate.


Lo ha ribadito la Corte di Cassazione pronunicandosi sul caso di un datore di lavoro condannato, in appello, per aver violato l’obbligo di verificare la sicurezza delle macchine introdotte nella propria azienda e di rimuovere le fonti di pericolo per i lavoratori addetti all’utilizzazione di una macchina, relativamente all’infortunio occorso a un suo dipendente.
Tuttavia, nella specie, era stato provato che i lavoratori procedevano ricorrentemente, o per lo meno in modo non episodico, ad eseguire le lavorazioni senza la protezione della quale la macchina era corredata, soprattutto per poter rimuovere i tubicini in plastica rossa (che avevano la tendenza ad appiccicarsi sulle pareti del macchinario), e ciò sebbene la rimozione della protezione fosse manovra che richiedeva di agire sulle viti di fissaggio e nonostante il fatto che i lavoratori eseguissero tale manovra in modo da non farsi vedere dal personale dell’azienda preposto alla vigilanza.
Nel caso, non si ricava in alcun modo la certezza che lo stesso datore fosse realmente, o potesse realmente essere, a conoscenza di tale prassi, pur volendosi ammettere che essa fosse davvero così diffusa e frequente. Quand’anche volesse ritenersi assodato che i sorveglianti fossero a conoscenza di tale prassi, la loro posizione di soggetti subordinati gerarchicamente al datore, nella sua qualità di direttore generale, non può dirsi sufficiente a trarne la conclusione che l’odierno ricorrente fosse necessariamente messo da costoro a conoscenza del fatto che i suoi dipendenti rimuovevano, più o meno abitualmente, la protezione posizionata sulle macchine spezzonatrici: il rapporto di dipendenza del personale di vigilanza dal datore di lavoro non costituisce di per sé prova né della conoscenza, né della conoscibilità, da parte di quest’ultimo, di prassi aziendali volte ad eludere i dispositivi di protezione presenti sui macchinari messi a disposizione dei dipendenti.
In conclusione, il datore è responsabile del mancato intervento finalizzato ad assicurare l’utilizzo in sicurezza di macchinari e apparecchiature provvisti di dispositivi di protezione e, in tal senso, del fatto di non esigere che tali dispositivi non vengano rimossi; ma, nel caso di infortuni derivanti dalla rimozione delle protezioni a corredo dei macchinari, anche laddove tale rimozione si innesti in prassi aziendali diffuse o ricorrenti, non si può ascrivere tale condotta omissiva al datore di lavoro laddove non si abbia la certezza che egli fosse a conoscenza di tali prassi, o che le avesse colposamente ignorate. Nella fattispecie, per dedurre la conoscenza o la certa conoscibilità di prassi aziendali incaute da parte del titolare della posizione di garanzia datoriale, é necessaria l’acquisizione di elementi probatori certi ed oggettivi che attestino tale conoscenza/conoscibilità. In caso contrario, si porrebbe in capo al datore di lavoro una responsabilità penale “di posizione” tale da eludere l’accertamento della prevedibilità dell’evento e da sconfinare, in modo inaccettabile, nella responsabilità oggettiva.